Jan_Corona

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Critica

Fisicità e spiritualità, forza e dolcezza insieme sono i binomi che caraterizzano le sculture di JAN CORONA.
Nato a Belluno ma di origine ertana, dopo il disastro della diga abita a Vajont, dove ha un laboratorio che è tutto il suo mondo.
Qui si dedica alla sua arte, e, passando da oggetti di piccole dimensioni, approda ad opere sempre piu grandi con l intento, quasi una "mission", di raccontare la storia del suo paese, della sua gente, della devastazione che "scolpi" il suo territorio in quel fatidico 1963, mutando fuori e dentro, nel paesaggio e negli animi.
E da una prima maternità in legno di cedro, Jan rivela quell'attenzione al mondo femminile che ricorre costantemente nei suoi lavori generando, nel tempo, "VERI E PROPRI CAPOLAVORI"; tra questi la "GUERTANA" la guerriera ertana, simbolo di tutte quelle donne che lottano con tenacia verso un futuro di riscatto, pur portando addosso le disgrazie del disastro: ha un'onda per capelli e un corpo che si compone dei pezzi della diga, svuotata dal dolore fin dentro le viscere ma armata di elmo e corazza, pronti a far scudo ad ogni altra avversità.... donne che non demordono, che indossano quella storia come un vestito ma il cui sguardo fiero cerca l'orizzonte...... per donne cosi, JAN sceglie il legno migliore, come quel ramo di pero di oltre tre secoli, dalla forma piegata ad arco, che diventa scudo, mezzo pieno mezzo vuoto, con la funzione scaramantica di attirare e trattenere tutti i mali.
E, dunque donne materne e audaci al tempo stesso le eroine di questo "ATTENTO SCULTORE", sinuose e combattive, affascinanti e carismatiche, altere e timide....donne guerriere, madri e madonne con grembi grandi e accoglienti, in cui si placano le tragedie della vita, c'e profonda religiosità nelle sculture di JAN CORONA, e non solo nei crocifissi dai volti scarni e reclinati, ma in tutta la sua opera che è ricerca di perfezione e di riscatto, che è battito d'ala che svetta oltre il disastro e sfida le sciagure, alta slanciata, metafora di speranza.

prof.ssa Annamaria Poggioli

 
prof.ssa Annamaria Poggioli
 
 
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